In fondo sono felice di non essere mai stato bello. Almeno non ho sofferto nel perdere la più inafferrabile tra le qualità. Anzi, come epitaffio tombale voglio: “Passò dai brufoli alle rughe senza un solo attimo di bellezza”. Questa felicità si è rinnovata negli ultimi giorni dopo aver visto una foto attuale di Helmut Berger.
L’attore rappresentava il canone della bellezza nordica, depurata dalle rozzezze vichinghe, come la si immaginava in molte pagine di Mann. Cessata la cura, cessata la giovinezza, è riaffiorata in Helmut quella rozzezza di cui i popoli nordici paiono non sapersi liberare. Gli artigiani sassoni che nel Trecento emulavano i pittori senesi del secolo precedente non riuscivano a infondere nei cherubini la stessa grazia simmetrica delle lettere greche e ottenevano lineamenti angolari come glifi runici.
Un tempo Helmut era spontaneamente ciò che David Bowie cercava disperatamente di diventare. Oggi è una specie di Fassbinder al risveglio dopo una seratina al pronto soccorso completa di lavanda gastrica. Meglio rovinato che noioso e imborghesito come Bowie.
— Tommaso Labranca (FilmTv n.31/10)
