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È un edificio costruito per un piacere tale, come se non fosse destinato a uomini ma a dèi. E se furon uomini, devono aver avuto qualcosa di divino nel sangue per sopportare una abitazione come questa. Un qualcosa di superiore all’umano esigono queste quattro scalinate, rivolte ai monti, al mare, alla pianura, alla città. Anche solo il loro aspetto – umiliate come sono, desolate, spellate fino ai mattoni, sosta delle lucertole – genera sogni. Terribile come nessuna di esse sappia niente dell’altra, come ognuna volti le spalle all’altra, e come tutte poi alla sala enorme che s’imbuia. Su una di esse potrebbe esserci un guerriero, un tremendo Dio di distruzione che lanciasse segnali di fuoco giù verso il piano, giù verso la città. E sull’altra, quella che guarda il mare, un piacere sfrenato che si riversa di gradino in gradino, ruota ebbra, faunesca, con mani folli e capelli bagnati di baci e di vino, e succo a grappoli schiacciati di bocca a bocca spruzzante verso le stelle. E in direzione delle stelle, della scintillante striscia di Orione, verso le ombre mute di quei monti giganteschi che respirano divina purezza, uno, sulla terza scalinata, solo, tremante di giovinezza e di stupore. E su quella di spalle che guarda verso le cupe trame della vasta pianura, potrebbe accadere un delitto. E tutte quattro non saprebbero niente l’una dell’altra.
Hugo von Hoffmannsthal, Sommerreise

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